Pensieri spelacchiati

Un piccolo giro nel mio mondo spelacchiato.

Chiacchiere su cose perse

Saaaanto cielo, ci sono le ragnatele in questo blog. Sciò, ragnetto, sciò, qua devo scrivere. Ho dell’auto commiserazione da esternare, quindi niente insetti nei dintorni, grazie.

Oggi post un po’ del pene, quindi potete andare a leggere post migliori di blogger mooolto migliori di me. 

Allooooora. Partiamo dalle cose brutte: ho perso la mia copia di “Il maestro e Margherita”. Credo di averlo lasciato sul treno di ritorno dopo un esame che mi ha praticamente risucchiato il cervello per poi frullarlo.
ARGH. 
Mi stava piacendo tantissimo, mi mangio le mani dal nervoso.

Poi, per parlare di persone perse… vi avevo detto che stavo uscendo con una persona.
Ho perso anche lei, come ho perso il libro: in un momento, senza accorgermene se non quando era troppo tardi. Io andavo in una direzione, lui in un’altra.
Stavo cercando di rimettere in sesto me e la mia vita sentimentale ma qualcuno lassù nell’Alto dei Cieli ha deciso che no, l’amore non è la mia via quindi mi dovrò dare alla prostituzione. Prezzi modici, se siete di bella presenza. 
Insomma, ero appena uscita dalla fase “mi alzo dal tavolo durante la cena per andare a piangere in bagno e poi tornare come se nulla fosse” quando SBAAAAM, è come se fosse arrivata una lettera con scritto “Gentile Sara, mi spiace, non vali la pena, nessuno vuole una relazione con te. Sei riuscita a bruciarne due in un anno, quante altre volte deve andarti così tanto male prima che tu lo capisca?” quindi ora sto gettando anima e corpo nello shopping makeupposo (lo so, ho un problema, LO SO) e nel fare la valigia per il mese che passerò a Friburgo. 

Sì, passerò un mese in Germania.
No, non credo riuscirò a sopravvivere.
Parliamoci chiaro, non so cucinare, faccio pena coi lavori di casa, ho il senso d’orientamento di Jack Sparrow e so dire tre parole sputate in tedesco. Non ho speranze.
In più dovrò trascinare una valigia grande quanto me in giro per la città, cosa che probabilmente sarà fatale per le mie spalle tutte incriccate. 

Quindi ora chiedo consiglio a voi, popolo di WordPress, piccoli topi di biblioteca che non siete altro: che libro mi porto????? 
Il piano era portare Il Maestro e Margherita e Il trono di spade che va sempre bene, ma non ho tantissima voglia di ricomprare il primo… Quindi se vi va di consigliare qualcosa totalmente random che a voi è piaciuto fatelo! E poi ditemi, cosa state leggendo? E guardando?

Sperando che voi siate molto meno broken heart (questo “broken heart ha una storia dietro, una storia di alcol, cavalieri solitari e un’amica con uno sterno incrinato) di me vi auguro un buon inizio settimana!

 

Quesiti fondamentali e un po’ scemi sull’umanitá. 

Salve a tutti! Hola a todos! Hello ladies and gentleman!
Okay basta. Sono un po’ iperattiva, e questa iperattività credo sia il risultato dei tre caffè in cinque ore che ho bevuto misti alla disperazione profondissima in cui riverso.
Ho dato tedesco. Ho finito poco fa dopo quattro ore di esame.
Com’è andata? Bene. Da Dio. Infatti sto considerando l’idea di buttarmi nel Sesia di testa, mirando a una roccia.

Ora sono sdraiata su una panchina nel parco, attendo che il fato decida cosa fare di me. Nah, non è vero, è che essendo di super fretta stamattina ho dimenticato di prendere una cosa che di solito non manca mai nella mia borsa, ovvero un libro, quindi scrivo questo post.

Post cretino ma che porrà delle domande a cui cerco disperatamente risposta per mettermi il cuore in pace.

Allora.

  1. Da quanti anni esiste l’umanità? Tanti. Tanti tanti direi. Da quanti anni si è notato che in estate fa caldo e in inverno fa freddo? TANTI.
    E allora come stracazzo è possibile che nei vagoni dei treni o c’è il clima della Siberia con tanto di tundra e nevischio oppure la temperatura che trovi nel Grand Canyon a mezzogiorno?
    Stessa cosa vale per i negozi. Tu devi andare al supermercato, passi le porte scorrevoli e all’improvviso ti ritrovi in Alaska e al posto dei cestini ci sono le racchette per camminare sulla neve.
    Poi torni fuori e stramazzi al suolo, stecchito, con un filino di fumo attorno a te: ABBRUSTOLITO come una bruschetta.
    Potete per favorissimo trovare un compromesso? Se volete tenere il clima della Russia in pieno inverno a me va benissimo, ma allora piazzate dei tavolini, dei divanetti… Insomma, fateci passare lì la giornata.
  2. Con sto caldo e con sta sessione estiva i miei momenti liberi li passo sul divano, piazzata dritta dritta in linea d’aria con il getto del condizionatore, a guardare “Abito da sposa cercasi.” (no comment, please)
    Ora.
    Ma io dico.
    Se la circonferenza del tuo braccio ha le dimensioni del continente europeo… perché scegli abiti super mega sbracciati? Tutte le donne del mondo hanno il terrore di quell’accumulo di ciccetta traballante che si accumula nel sotto braccio, TUTTE, anche quelle che pesano meno di centomila chili. Per questo hanno inventato le maniche lunghe, le mezze maniche, I BOLERI CAZZO, I BOLERI.
    Oppure quelle che hanno delle tette che non sono tette, sono mongolfiere attaccate al petto, e pretendono un abito con la scollatura a cuore. MA INSOMMA!!! NO, NO, NO E -INDOVINATE UN PO?- NO. ABITI CON LE SPALLINE SANTISSIMI NUMI. E’ come se io che sono piatta come una tavola da surf -ho visto tavole da surf con più tette di me in realtà- mi piazzassi addosso un vestito super iper mega aderente che mi schiaccia il petto. Al posto del seno avrei due rientranze. Due avvallamenti. Quindi non lo faccio, mi piazzo sette reggiseni e faccio finta di essere tette-munita.
  3. Maaaa i professori che fissano l’inizio dell’esame alle otto e arrivano alle dieci, precisamente, che problemi hanno? Stronzite acuta? Bastardaggine a uno stadio avanzatissimo, irrecuperabile? Poi la volta che tu pensi “ma stavolta non mi frega” e arrivi alle nove e mezza trovi la porta sbarrata perché l’esame è iniziato alle otto.
  4. Gli anziani aprono due grandi quesiti.
    Prima di tutto perchè anche in estate vedi queste persone grigette andare in giro con i maglioncini legati al collo? Ma a voi non viene voglia di picchiettargli su una spalla e avvertirli che ci sono circa settecento gradi all’ombra e che il tempo dei maglioncini è finito tipo a marzo? O sono tutti kamikazee che cercano di andare in autocombustione?
    Quesito due.
    Situazione: è mezzogiorno circa, tu stai tornando a casa praticamente strisciando e cercando ogni millimetro di ombra possibile perché sei consapevole di essere a un passo dall’abbrustolimento e vedi questi anziani che arrancano peggio di te, ansimano, banfano, lasciano scie di sudore dietro di loro come fanno le lumache, sono paonazzi e per di più tengono enormi sacchetti della spesa in quelle mani raggrinzite.
    Gente, allora. Io ero costretta a tornare a quell’ora, voi l’avete deciso, quindi la domanda sorge spontanea: COSA C’E’ CHE NON VA IN VOI?
    Se sto per collassare io che ho circa trecento anni in meno… CHE COSA VI È SALTATO IN MENTE? Cosa c’è in quel cervelletto raggrinzito? L’avete usato troppo nei vostri cinquemila anni di vita? Statevene a casa con ventilatorino o le pale (il condizionatore mai eh, fa venire la bronchite) e uscite al mattino presto come le lumache. Eddai.
  5. Questo porta al quesito cinque: ma la smetteranno mai di fare servizi su servizi sul caldo? Lo sappiamo che fa caldo. Ce ne rendiamo conto. Non abbiamo bisogno di un telegiornale che ce lo dica. Okay che tanto nessuno vi ascolta visto che gli anzianotti sono tutti in giro come mai in nessun’altra stagione, ma avete un po’ rotto le palline con i titoli tipo “caldo killer e no legittima difesa” “caldo record, verrà presto inserito nel Guinness dei primati”. E poi basta, BASTA dare un nome al caldo! Ma che è? Stavolta è Caronte, prima era Nerone, il prossimo cosa sarà? Katniss, come la ragazza di fuoco di Hunger Games? Hell Boy? O andiamo sul fantasy e lo chiamiamo Smaug come il drago de “Lo Hobbit”?
    Ma se intanto chiamassi “pirli” quelli che hanno dato il via a questa moda?

 

Va bene dai, per stamattina posso anche smettere di essere stupida. Vado a studiare per il prossimo esame che non passeró. 

Ps: mi sono comprata Pirate di Chanel, in barba a tutto e tutti. Credo di essermi innamorata di quel rosso, voglio sposarlo. 

Adieu! 

 

Breve aggiornamento e libro in lettura!

Ma quanto è bello stare in casa in biancheria intima con il condizionatore a mille mentre fuori fa così caldo che anche il sole sta sudando? Posso passare così tutta l’estate?
Stasera invece dovrò vestirmi, e anche decentemente perché -rullo di tamburi- ho un appuntamento. Un quinto appuntamento, per la precisione. Con la stessa persona, ovviamente.
Andremo in un ristorante super elegante, se sentite qualcuno urlare “ansia” a squarciagola correndo su e giù per la strada… sarò io. 

Va beh. Terrò per me tutte le paranoie che mi stanno assalendo e condividerò con voi la mia lettura del momento, invece: “La cena” di Herman Koch. Esatto, finalmente lo sto leggendo! Tra l’altro per il mio compleanno me l’hanno regalato due persone diverse quindi ora ho due copie, entrambe con una dedica super carina quindi nope, non ne venderò una. 
Mi sta piacendo tanto, è scritto moooolto bene e il modo in cui si sente la tensione salire pagina dopo pagina mentre ci si avvicina al clou del romanzo fa capire quanto la sua scrittura sia stata studiata al dettaglio. E bravo Ermanno!
Ah, se volete leggerlo… NON LEGGETE LA TRAMA DA NESSUNA PARTE, MEN CHE MENO IN QUARTA DI COPERTINA. Fossi nel signor Koch mi incazzerei a bestia perché spoilerano tutto in due righe.
Limitatevi a sapere questo: “Due coppie sono a cena in un ristorante di lusso. Chiacchierano piacevolmente, si raccontano i film che hanno visto di recente, i progetti per le vacanze. Ma non hanno il coraggio di affrontare l’argomento per il quale si sono incontrati: il futuro dei loro figli.

Basta, torno a studiare tedesco come se non ci sia un domani perché l’esame si avvicina galoppando e io ancora non so come minchiazza declinare gli aggettivi. 

Hasta la vista!

Discorsi semi-seri su depressione e dintorni.

Ufffff… Esiste un manuale di istruzioni per la vita? Uno tipo “life for dummies“, con disegnetti e grafici esplicativi, possibilmente.
No perché io sto per dare forfait. Non capisco nulla. Non so come muovermi in questo pianeta, è evidente che vado nel verso contrario a quello del buon senso.
Okay che le vie del Signore sono infinite, ma qui stiamo un po’ esagerando. E poi a me sembra di stare in un labirinto, più che altro, con tanto di minotauro dentro.

Ehi Lei, lassù nell’alto dei cieli, non è che potrebbe darmi un segno? Una lettera con scritto specificatamente cosa devo fare passo passo andrebbe bene, tipo. 
Che poi mi rendo conto che è anche un po’ colpa mia che mi infilo in situazioni da cui non so uscire, un po’ come da un parcheggio a S tra due macchine quasi appiccicate… solo che in quel caso me ne sbatterei le natiche e andrei a parcheggiare a seimila chilometri di distanza, in questo caso non posso far altro che stare ferma a fissare il riflesso del mio vuoto interiore.

Mi sa che alla fine della mia vita mi toccherà chiedere un rimborso. 

Come avrete forse intuito sono di nuovo in uno di quei momenti, quei momenti davvero bui che mi danno una spallata e mi buttano giù; in questi momenti tutto sembra ostile e devo trovare la forza di armarmi e combattere contro me stessa, i miei demoni e il mondo là fuori. La depressione non è una battaglia, è una guerra. Una guerra a volte fredda, a volte combattuta corpo a corpo, in trincea, e in prima linea nelle varie battaglie ci sei sempre e solo tu. Puoi avere degli alleati, questo sì, amici, famiglia, persone che ti ripetono fino alla nausea che passerà.

Il problema è che durante questi momenti pensare che passerà sembra un’utopia, assolutamente irraggiungibile. Quando questi periodi passano poi ripensarci è quasi ridicolo: mi ritrovo a dire “ma veramente ho passato sei ore sdraiata sul pavimento del bagno a fissare il vuoto, con lo stomaco aggrovigliato, pensando che niente ha senso e il mondo non è un posto in cui voglio vivere?” 

E poi ripiombo in quello stato, e poi ne esco, e poi ci vengo trascinata di nuovo.

E anche se ci sono alleati ci sono anche nemici, e oltre a loro ci sono le persone che semplicemente non capiscono.

Le persone più vicine sono quelle che possono fare più danni. Non so quante volte mi sono sentita dire “dai, ma su con la vita, sei giovane” “ma sei sempre triste tu? Mamma mia che palle” “sì vabbè, sei solo pigra, devi sforzarti un po’” “pensi di star male solo tu?tutti abbiamo problemi ma non facciamo così” e tantissime altre frasi che mi hanno semplicemente dilaniata, perché non c’è niente di peggio di star morendo dentro e non sentirsi presi sul serio. Quando poi si usa il nome di questa condizione la gente si spaventa.
Malattia mentale, disturbi dell’umore, depressione… Fanno paura eh? Lo so. Anche a me. Ho paura e faccio paura.

Questo post è per me, per cercare di tirare fuori una briciola dell’universo vuoto che sento dentro, e per chi ha un amico, un parente, un conoscente depresso, magari può aiutarvi a capire un po’ di più come si sta sentendo. Non è mai piacevole passare del tempo con una persona depressa, me ne rendo conto. Sono irritabile, silenziosa, disinteressata. Fingo di ascoltare, ma si capisce che sto facendo finta. Sono disfattista, pessimista, faccio humor nero e mi esprimo con frasi sarcastiche. 
Perché mi stanno vicino? Non lo so. Forse perché nei momenti buoni, quando sto bene, sono tutto il contrario di così. Quindi se volete davvero aiutare una persona in difficoltà tenete a mente i momenti migliori e cercate di avere pazienza, tanta pazienza. 

In tutto ciò sto centellinando le storie di Leo Ortolani, l’unica cosa che mi va di leggere perché è ironico e caustico, cattivo quando serve e fa anche riflettere. Stra-consigliata questa raccolta “Il libro delle meraviglie”.

Alla prossima, Spelacchiati, sperando di portare un po’ più di allegria

 

Salone del libro 2017: SalTo17. 22/05.

Buondì Spelacchiatini e Spelacchiatine, come butta?
Io sono distrutta. Spompatissima.
Non ho più l’età per certe cose, e con “certe cose” intendo perdermi a Torino e camminare quattro chilometri sotto al sole all’una di pomeriggio… E non sto scherzando ahimè. Tutta colpa di una vecchia che non sa dare indicazioni, sarei dovuta tornare indietro a bastonarla sulle rotule.

Comuuuunque nonostante mille peripezie io e una mia amica siamo giunte al Salone del Libro di Torino e mi è piaciuto tanto tanto, anche se forse l’edizione 2016 mi era piaciuta un filino di più. Ma forse solo perché era la mia prima volta ed ero estasiata dall’atmosfera e dal clima di amicizia e di passione letteraria che si respira.

Per la mia amica era la prima volta al Salone, quindi ha fatto quello che secondo me è “l’errore da principiante“, ovvero voler andare agli stand delle grandi librerie. Io penso sia assolutamente inutile andare agli stand di Feltrinelli e degli altri “colossi” dell’editoria per il semplice fatto che ‘ste benedette librerie le trovi ovunque, in qualunque città. Eventi come il Salone del Libro invece dovrebbero far scoprire realtà editoriali nuove, dare la possibilità di conoscere autori autopubblicati, parlare con gestori di piccole case editrici e farti spiegare la loro storia… Insomma, vivere la gente che è l’editoria italiana.

Da quel punto di vista il SalTo è meraviglioso, ci sono tantissime opportunità, tanti laboratori e tante conferenze super iper interessanti.

Insomma, se non si fosse capito io consiglio a chiunque abbia la possibilità l’anno prossimo di andarci.

Detto ciò, io non è che sia stata molto originale a sto giro di acquisti. Scusate ma quest’anno ho troppo pochi soldi per potermi lanciare in queste spedizioni libresche, ordunque mi sono tolta uno sfizio che volevo togliermi da veramente tanto tempo:

  • Oh! Le meraviglie del mondo, di Leo Ortolani.
    Chi non conosce Leo Ortolani? Credo nessuno. O almeno spero, perché per me è veramente bravissimo. Ho scelto proprio questo tra i vari volumi presenti perché mi aspetto che sia il più sarcastico, satirico e caustico. Perché la cosa che più mi piace di Ortolani -oltre ovviamente al senso dell’umorismo- è la capacità di far ridere e far riflettere allo stesso tempo, dote che vorrei tantissimo avere anche io e che ammiro molto. In questo caso si parla di aborto, di naziskin, di morte, di mafia, di sesso e molti altri argomenti su cui è difficile scherzare se non si sa come farlo.
    E Leo lo sa.
    Per ora quella sulla droga è la mia preferita, ma a lettura finita farò sicuramente una recensione.
  • Le fleurs du mal, ovvero I Fiori del Male di Baudelaire. Lo volevo da tanto, continuavo a rimandare ma oggi me lo sono trovata davanti a due euro e novanta quindi crepi l’avarizia.

    Ciò detto vado a guardarmi “Una serie di sfortunati eventi” su Netflix, che mi è stato più volte consigliato. Se l’avete visto ditemi, vale la pena?

    Buenas noches, Spelacchiatos!

    Ps: se mi arriva un commento del tipo “con l’attentato di Manchester parli delle tue boiate” vado direttamente a casa del commentatore a piedi e gli lascio i calzini che ho usato tutto il giorno al salone.
    Per restare in tema di armi di distruzione di massa.
    #blackhumorisracist?

    Buonanotte, andate a mettere foto con il fiocchetto con le orecchie di Ariana Grande in nome del cattivo gusto, dai.

Serialmente parlando: Chiamatemi Anna. Ovvero Anna dai capelli rossi secondo Netflix

Mentre scrivo sono in treno con un signore uguale spiaccicato a Ghedini. L’avvocato, non quello di Masterchef. Che faccio, gli dico di salutarmi il Berlu? Gli consiglio un parrucchino?

Lasciamoci alle spalle film horror molto brutti e torniamo un attimo indietro nel tempo di circa dieci anni, quando io ero una giovane adolescente orribile e nerdeggiante e al mattino, prima di andare a scuola, mi piazzavo in cucina con una mega tazza di latte e nesquick, accendevo la tele e…

Anna dai capelli rossi va
vola e va come una rondine
però un nido non ce l’ha
non ha una mamma né un papà!

Eh. Che vi devo dire, questo passava il convento alle sette di mattina.
Parliamoci chiaro chiaro papale papale... Gli anime giapponesi di solito sono belli. Ma belli belli. Anna dai capelli rossi però era brutto, una vera e propria lagna: un cartone lento, con principi bigotti (volontariamente perche poi cambiano durante le puntate eh ma… chi ci arriva a quelle puntate, uno si taglia le vene molto prima), personaggi insopportabili e melodrammatici oltre l’inverosimile e senza alcuna ragione.
Sinceramente mi dava sui nervi.
Ora su internet abbondano i meme di Hannah Baker di 13 che incide cassette per chiunque, ma la regina degli psicodrammi è lei: Anne Shirley del cartone, colei che per un nonnulla andava a sfracellarsi sul letto piangendo tutte le sue lacrime, oppure Diana Berry, una ragazzina con l’encefalo di un gamberetto, e infatti erano migliori amiche. 

Sto rievocando questi ricordi per farvi capire con che stato mentale ho iniziato la nuovissima serie tv di Netflix proprio su questa sbarbatella coi capelli rossi, ovvero “Chiamatemi Anna“.

Rullo di tamburi… Mi è piaciuta, e anche parecchio. Ho binge-watchato le sette puntate, guardandole in due giorni mangiando una dose spropositata di yogurt al cocco. Shh.

La trama è quella che tutti noi già conosciamo:
Dopo aver trascorso la propria infanzia in diversi orfanotrofi, la giovane Anna viene mandata per errore a vivere con gli anziani fratelli Marilla e Matthew Cuthbert. Dopo un’iniziale diffidenza nei confronti di Anna, i due fratelli cominceranno a conoscerla meglio, e la bambina cambierà per sempre le loro vite.

La ragazzina che interpreta Anne Shirley è Amybeth McNulty che oltre ad essere perfetta per il ruolo è anche bravissima; ha due occhioni blu super espressivi e sembra nata per il personaggio super melodrammatico ed enfatico di Anne. I suoi lunghissimi monologhi sparati a velocità stellare sono divertenti, drammatici, esilaranti o strazianti a seconda dei casi, l’enfasi che ci mette è straordinaria: sembra che le parole le sgorghino direttamente fuori dal cuore.ANNE_101_Day5_0452.nef

I fratelli Cuthberth, coprotagonisti, mi hanno invece lasciata un po’ freddina.
Carino e apprezzabile Lucas Jade Zumann, che interpreta il giovane quasi inter344e8abc6aa5ebd10db95a64c13c87faesse amoroso di Anna: Gilbert Blythe. L’unico che riesce a tenerle testa a scuola in fatto di spelling e di risposte esatte è carino, gentile ed evidentemente stracotto dalla prima volta che vede Anne, in più anche lui si trova in una situazione difficile.
Posso dire che è anche il mio interesse amoroso? No perchè lo so che è piccolino eh, ma l’attore ha superato i diciottanni quindi è tutto lecito e legale, quindi qualcuno mi porti Lucas e nessuno si farà male.

La cosa che mi è piaciuta di più in assoluto di questa serie è il fatto che mostra il passato di violenze, abusi e soprusi di Anne dando finalmente una spiegazione alla sua personalità e alla sua fervida immaginazione; si sa che chi è vittima di violenza (di qualsiasi tipo) cerca una via di uscita in una dimensione lontana dalla sua, e così Anna chiude gli occhi e diventa la bellissima principessa Cordelia, da un nome a qualunque cosa bella, inventa storie su oggetti inanimati. E tira avanti, cercando di essere ottimista anche nei momenti più bui.
Durante il suo primo viaggio a Green Gable infatti dice “preferisco immaginare che ricordare”, e presto si scopre il perché.

Altra cosa secondo me perfettamente riuscita è la sceneggiatura: dialoghi fatti di monologhi spesso assurdi non risultano mai noiosi o banali o esagerati, le interazioni tra i personaggi sono realistiche e spesso commoventi; la fotografia, i paesaggi, le inquadrature, tutto è pensato e studiato… Insomma, è proprio targato Netflix. 

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Per chi l’avesse già visto… A me è piaciuta tanto la scena della goccia d’acqua sulla mano di Gilbert.

Passando a quello che non mi è piaciuto… Direi la seconda puntata. Quasi in toto. Noiosa e fondamentalmente inutile se non per qualche flashback del passato di Anne. 
Per il resto a parte un paio di scene con Diana che mi hanno effettivamente fatto roteare gli occhi direi che non ho altro da dire.

Bella, bella e ancora una volta bella. La storia di partenza è quella (ahimè) ma questa versione merita una possibilità, tenendo conto del genere di telefilm che si sta per guardare.

E voi l’avete vista? Vi è piaciuta? Quanto era brutto il cartone?? 
Fatemi sapere tutto quello che volete, vado a pensare a Gilbert ancora un po’.

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Cinemando: Lavender. Un film brutto.

Che giornate di melma, mamma mia.
Umore ai minimi storici, ciclo, tante cose da fare e poco tempo -e ancora meno voglia- di farle.

Stasera mi serviva uno scossone quindi ho aperto Netflix e ho scelto un film horror tra i suggeriti; qui avevo già guardato Il terrore del silenzio (bello!), The Orphanage (bello!) Insidious 2 e 3 (bellini), quindi mi sono fidata e ho aperto “Lavender“, film canadese horror-drama-supernatural del 2016 con un cast abbastanza caruccio: c’è quello che io chiamo Mr Prezzemolo perchè lo ritroviamo in qualunque serie tv e in qualunque film, totalmente a caso: Dermot Mulroney (l’uomo col cognome più facile da scrivere del mondo) c’è Justin Long (che io conosco per Drag me to hell e New Girl)e c’è  Abbie Cornish, che è la protagonista e in questo film mi è piaciuta proprio poco.

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Trama:
Jane è una fotografa costretta a fare i conti con il suo passato misterioso e tragico, dopo un terribile incidente stradale che le causa la perdita della memoria. Insieme al marito (Klattenhoff) e alla figlia, ritorna alla casa dove ha trascorso l’infanzia e si rincontra con lo zio, a lei del tutto estraneo (Mulroney). Per riprendere il controllo della sua vita, Jane dovrà affrontare una misteriosa entità in agguato e relazionarsi a un passato che continua a tormentarla. Strani indizi tra le sue foto suggeriscono che potrebbe essere la responsabile della morte dei membri della famiglia.

Il film si apre con una scena abbastanza faiga: entriamo in una casa in cui i personaggi sono bloccati, immobili nel tempo; è una terribile scena del crimine e l’unica che si muove, sbattendo gli occhi, è Jane da piccola, insanguinata, rannicchiata in un angolo e con un coltello in mano.
Venticinque anni dopo Jane è sposata e ha una figlia, non si ricorda nulla della sua famiglia nè del crimine -che forse ha commesso lei stessa-. I ricordi cominciano a riaffiorare quando Jane ha un rocambolesco incidente d’auto, tutto cerca di riportarla alla casa in cui si è svolto il massacro e in più inizia a ricevere strani regalini che rimandano alla sua infanzia.

La trama potrebbe anche sembrare faiga e avvincente ma fate così: immaginate il tipico suono da scena da film horror, quel suono forte, strascicato, che mette ansia solo a sentirlo e che scandisce i momenti inquietanti.
Ce l’avete presente? Ecco. 
Ora immaginate di sentirlo per tutto il film completamente a sproposito, in scene a caso che non fanno nè paura nè niente. Vi giuro che era fastidiosissimo, roba da togliere l’audio dopo dieci minuti. 

Parliamo un attimo del cast:
Abbie Cornish… è la prima volta che la vedo ma ne avevo sentito parlare bene, è stata anche definita la nuova Nicole Kidman. Immagino che chi lo pensa non abbia mai visto Lavender, perché okay che la sceneggiatura lascia parecchio a desiderare, ma la sua interpretazione è fredda, monoespressiva, a tratti fastidiosa. moviesla_mv5bmza4yzy2mgytngfinc00mgvmlwiyyzatyzi3zgjjmja5ntzixkeyxkfqcgdeqxvymtk3mjk5nji40-_v1_sy1000_sx1500_al_
Poi c’è Mr Prezzemolo, alias Dlavender_d11_0954_iw-copy-3-copy-700x350ermot Mulroney. Non so voi ma io lo trovo ovunque: film, telefilm, lo incontrerò pure al supermercato prima o poi. Per me rimane Sean di Shameless, ma anche qui fa il suo mestiere.
Marito e figlia di Jane si limitano a scorrazzare qua e là dicendo battute a caso, assolutamente trascurabili.

Altra cosa fondamentale da dire è che, appunto…non fa paura. Mai. Neanche per un secondo. Ma neanche una leggera ansia, neanche un tremolio allo stomaco. 
Il problema credo si celi nel fatto che volendo evitare un po’ di clichè ma non avendo abbastanza inventiva per sopperire alla loro mancanza il film manca di qualcosa di fondamentale: il coraggio. 
In più ci sono scene inutili che durano veramente troppo, per esempio quella dell’incidente d’auto: bella, per carità, ma troppo lunga. In un film del genere non si può apprezzare. Altro esempio quello del labirinto di fieno: sedici ore della bambina che corre, novantasei anni di lei che sgambetta impaurita, OOOOH MA ANDIAMO AVANTI???
Voglio azione, brividi, sangue e angoscia. E invece minuti interminabili di nulla cosmico.

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Infine, la cosa forse peggiore dopo la mancanza di emozioni: è prevedibile. Ora, io non sono un genio. Non sono neanche più sveglia e intelligente della norma. Diciamo pure che ho quattro neuroni e sono sempre ubriachi, quindi se io ho capito in tempo record chi è stato a massacrare la famiglia e perché credo che ci sia un problema molto grande di sceneggiatura.

Ultima cosa: questo film non ha senso. Okay, i film con amnesie spesso si prendono libertà e giocano sui buchi di memoria e sulla confusione del personaggio, ma qui non si capisce cosa c’entrano certi elementi, non si capisce se Abbie Cornish non sa recitare o si è solo resa conto di che film sta aggiungendo al suo curriculum e si è scazzata… Boh! 

Potrei essere stata un po’ acidina, me ne rendo conto. Magari non ero dell’umore perfetto mentre lo guardavo quindi non ho apprezzato l’apprezzabile, ma sono sicura che anche in altre condizioni non mi sarebbe piaciuto. 
Se qualcuno di voi l’ha guardato per favore ditemelo: è così brutto o sono io che non c’ho capito un’acca?!

Fatemi sapere. 
E consigliatemi qualche film horror-thriller di quelli fichi fichissimi, confido nella vostra conoscenza. Hasta la vista! 

Consigli libreschi: Jim Carroll, Jonathan Carroll e Thomas Ligotti.

Sto combattendo contro una gran voglia di chiamare JustEat e farmi portare una vagonata di arancini da un posto in centro che fa solo arancini di tutte le dimensioni e di tutti i gusti + 1. 

L’unica cosa che mi ferma è la mia panza che sta lievitando. Ho pure preso un chilo nonostante la palestra, misteri della (non) fede. Voglio illudermi che sia un chilo di massa muscolare, ma la verità è un’altra: la parte più sincera e profonda di me lo sa. E’ tutta nutella. 

Parlando di cose che potrebbero forse interessarvi, oggi mi sono messa a chiacchierare con il bibliotecario -un uomo che è un’antologia umana e che è un appassionato sfegatato di letteratura gotica e di musica scream metal- che mi ha consigliato un po’ di robina che potrebbe essere interessante. 

Io ero andata lì a cercare qualcos’altro di Neil Gaiman e appena gliel’ho detto mi ha suggerito un autore a me sconosciuto, Jonathan Carroll, statunitense, scrittore principalmente horror e fantasy e dall’aria un po’ inquietante.

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Tra i vari titoli ne ho scelti due, il primo è “Gli artigli degli angeli“:
Una notte Ian McGann incontra in sogno la Morte e la sua vita cambia per sempre. La Morte risponderà a qualsiasi domanda vorrà porgli, ma ogni volta che lui non comprende il significato nascosto delle sue risposte, sarà punito con crudeltà efferata. La celebre e bellissima attrice Arlen Ford, malgrado lo straordinario successo conquistato a Hollywood, comprende che il mondo del cinema ha svuotato la sua vita di ogni significato e abbandona tutto per scappare in Austria, dove si ritira in un’incantevole villa sul Danubio e incontra l’uomo che aspetta da tutta la vita, un misterioso corrispondente di guerra slavo, di cui si innamora perdutamente. Wyatt Leonard, ex conduttore di un famoso programma televisivo per bambini, è malato di leucemia e sa di dover morire presto, ma accetta di seguire l’amica Sophie a Vienna in cerca del fratello Jesse, scomparso senza lasciare traccia. Anche Wyatt, malgrado voglia dimenticarsene, ha un conto aperto con la Morte.

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Altro autore dal nome assai simile è Jim Carroll (non ho idea se siano parenti) che è stato non solo uno scrittore ma anche un musicista: ha fondato la Jim Carroll Band, famosetta.
Il suo romanzo più celebre è “Jim entra nel campo da basket“, romanzo autobiografico da cui hanno pure tratto un film con il mio amato DiCaprio e che è stata la mia scelta.

Dalla quarta di copertina: 
“A soli tredici anni, Jim Carroll scrive meglio dell’89 per cento degli autori di romanzi attualmente in attività”. Questo il parere che Jack Kerouac espresse alla prima lettura delle pagine di diario da cui nasce “Jim entra nel campo di basket”: un memoir che all’epoca della sua pubblicazione, nel 1978, fece immediatamente scalpore e che da allora è sempre rimasto un libro di culto per gli amanti delle figure letterarie più “irregolari” e ribelli. Nel 1995 ne è stato tratto un film (Ritorno dal nulla), in cui Carroll era interpretato da Leonardo DiCaprio. È il racconto di un’adolescenza newyorkese fra l’autunno del 1963 e l’estate del 1966, fatta in parte della normalità delle aule scolastiche e dei campetti di basket, ma nutrita soprattutto di scorribande per le strade, sperimentazioni con l’eroina e l’LSD, scoperta del sesso, contatti di volta in volta illuminanti o violenti con l’umanità più varia: preti, spacciatori, poliziotti, tossici, pervertiti, attivisti marxisti e piccoli campioni di pallacanestro, il tutto raccontato con la vitalità trascinante e l’ironia sferzante del miglior punk.”

Questo mi incuriosisce molto, sembra proprio il tipo di romanzo “da me”. A leggere opinioni in giro è delirante, assurdo, folgorante. 
Vedremo.

Infine, chiacchierando di autori che ci piacciono, ho fatto il nome dell’intramontabile Lovecraft e il bibliotecario ha annuito saggiamente, poi su un foglietto mi ha scritto un nome: Thomas Ligotti. A sua detta è un Lovecraft contemporaneo dalla penna straordinaria. E io ci credo: è lui ad aver scritto i dialoghi del personaggio interpretato Matthew McConaughey in True Detective, facendomelo quasi apprezzare. E credetemi, a me mr McConaughey sta proprio antipatico. 

E voi come state? Come butta? Cosa state leggendo? Conoscete qualcuno dei titoli o degli autori di questo post? 
Fatemi sapere!

 

 

Ciciarando: anziani al supermercato 

Alloooora dopo il post melodrammatico torno alle mie solite scemenze.
Mi sono presa una piccola pausa da qualunque cosa, per questo ho risposto così tardi ai commenti (bellissimi, vi ringrazio davvero di cuore) che ho letto e che già quella sera mi hanno tirata su. THANKS.
Che ci siano le mie amiche a (mal)sopportarmi è un conto, che ci siano anche persone che non mi conoscono a farlo è un altro. Ed è incredibilmente piacevole.

zach-galifianakis

Avevo promesso un post su un libro… Ma ho mentito, perché sto ancora finendo Pastorale Americana.
drolma

Quindi oggi voglio lamentarmi della gente al supermercato, perchè mi stanno sulle balle come poche altre categorie di persone.

Breve aneddoto: entro al Carrefour, l’idea di prendere il cestino non mi sfiora neanche l’anticamera del cervelletto di dimensioni ridotte che mi ritrovo, e dopo dieci minuti ho in braccio circa seicento prodotti. Prima che mi escano dodici erne mi avvio alle casse a prendere un cestino e… dissemino il panico. Tutti quelli in fila serrano i ranghi, pancia in dentro e petto in fuori, chiaramente convinti che io voglia saltare la fila.
Occhiate piene di odio e rancore mi raggiungono mentre ignara di tutto proseguo verso la cassa, una signora dà di gomito al marito, parte un vociare concitato.
Un’anziana si è gonfiata così tanto che credevo esplodesse, era pronta a lanciarmi contro chissà quale epiteto o maledizione.

Irritata oltre ogni modo ho preso un cestino e ci ho infilato dentro la roba per poi guardarli uno per uno, quei gallinacei in fila. Ma siete pirli? C’è bisogno di fare ‘ste scene? Ma anche se avessi voluto tagliare la fila per essere super trasgry, cosa vi gonfiate come tacchini al Ringraziamento? Si dice semplicemente “no guardi, tutti abbiamo fretta ma c’è la fila da rispettare”. E finisce lì. Non che mi fissate con aria minacciosa, cosa siete, i buttafuori del supermercato? Mah. Come se non aspettassero altro. Grr.

E poi le comari che si mettono a ciciarare in mezzo a una corsia con i carrelli in orizzontale, giusto per bloccare tutta la viabilità? Ne vogliamo parlare? Che cosa devo fare per passare il loro posto di blocco, prendere un’asta e darmi al salto in alto e in lungo in contemporanea o basta prendervi a schiaffi con un mocio?
Poi se cerchi di aprirti un varco in maniera civile chiedendo “scusate, permesso…” ti ignorano. Parlano più forte tra di loro. Gesticolano, e anche a me la voglia di gesticolare sale. Un solo gesto, per lo più. Con un dito solo.

Poi va beh gli adolescenti cretini che avranno dodici anni e ridacchiano come dementi per prendere una birra in sette sono il male minore.

So che è brutto scagliarsi contro una categoria ma gli anziani per me sono da abolire. Quelli che si mettono a chiacchierare con la cassiera pensando che lei ci stia provando quando palesemente è solo educazione e “se lo mando a fare in chiul mi licenziano” e fanno gli splendidi, con tant di moglie affranta che ritira la spesa nei sacchetti. Signora, sono tutti scemi. Che ci si può fare?

E poi ci sono quelli che devono essere presi a calci dalla mattina alla sera: quelli di un’età compresa tra i cinquanta e mille anni che in barba allo scontrino da cinquanta euro mettono una banconota da venti, ammiccano, e se ne escono con qualcosa tipo “dai per stavolta siamo a posto così”.
… 
Io quando vedo queste cose mi incazzo il doppio, un’incazzatura è la mia e l’altra è quella della cassiera che non può mandarlo a cagare come merita. Ma ti do una lattina di lenticchie in testa, tu e i tuoi venti euro.
PORACCIIIII!

Mamma mia. La legittima difesa andrebbe data alle cassiere, e non dopo le ventidue.Arriva un cliente rompipalle? BANG BANG, freddato. Una donna che chiede se i fagiolini reggeranno fino a Pasqua chiedendo dove sono stati coltivati? SBANG, gambizzata. 

Insomma, per concludere… non andrò mai più al supermercato.

Disarmata.

Ciciarando. Allarme: pateticume a livelli altissimi.

Eeeee niente. Post nato da una serata triste e dal fatto che non ho altro di cui parlare. Potete chiudere il post direttamente qui, prometto che il prossimo sarà su un libro. Ora si tratta solo di pensieri, pensieri spelacchiati.

A questo punto pensavo che sarei stata meglio, non dico bene ma almeno meglio.

Io ce la sto mettendo tutta. Mi tengo impegnata, esco, conosco gente. Rido, chiacchiero, faccio shopping. Se sono proprio disperata studio pure.

Però ancora non riesco a mettere i vestiti che ho messo con lui, non riesco ad andare nei posti dove andavo con lui. E se proprio capita il mio stomaco si annoda, un nodo così stretto che ci mette giorni a sciogliersi.

Non ascolto le canzoni che mi ha fatto conoscere e a dirla tutta non ascolto più musica. Parlano tutte di amore, e che siano allegre o tristi non le voglio sentire in ogni caso.

Le persone felici mi danno fastidio, le coppie che si sbaciucchiano le prenderei a fucilate, la mia migliore amica che si fidanza mi fa sentire tradita. Mi abbandona così nell’oceano dei single e della solitudine, ‘sta stronza.

Quindi compro vestiti nuovi, guardo film horror, leggo libri pesanti. Studio.
Sto andando avanti, o almeno ci sto provando. E’ un po’ come se avessi una palla da cento chili legata alla caviglia: non cammino, mi trascino. Arranco.

Inciampo spesso, incespico, è come se mi muovessi a una velocità diversa rispetto al resto del mondo.

E poi ci sono serate come questa in cui nonostante io sappia perfettamente che lui è stato cattivo con me, che io gli ho dato tutto quando lui non mi ha dato niente, darei qualunque cosa per sentire le sue braccia stringermi e il suo corpo contro il mio, qui nel mio letto.

E immaginare che stia stringendo un’altra è atroce.

E allora esco. Bevo. Vado in palestra, mi chiudo in biblioteca. Studio. Piango spesso, per questo ringrazio l’esistenza degli occhiali da sole.

E’ faticoso divertirsi quando non si ha voglia di divertirsi, ma ci provo lo stesso.

Ogni tanto, quando non riesco più a fingere di stare bene, qualcuno mi chiede cos’ho.

Niente.

Mi hanno solo spezzato il cuore.
Ora cerco di riattaccare i pezzi con la colla, ma avete presente quando un piatto si rompe e piccolissime schegge schizzano ovunque diventando impossibili da recuperare? Ecco. Stessa cosa. Ci sono schegge del mio cuore che sono irrecuperabili, sparite, quindi sarà per sempre incompleto. Più forte forse, chissà. Così dicono. Io non credo.

Per come sono io le cose non mi rendono più forte, solo più insicura: mi rialzo -ci provo, almeno- barcollo, ricomincio da capo. Ma non sono più forte. Sono più sola.

 

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