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Depressione&Dintorni: dannato o benedetto tempo per riflettere

Buondì miei cari Spelacchiati, come state?
Dopo tanti post cretini oggi vorrei farne uno un pochito più serio, spero non me ne vogliate a male.

Temevo che avere così tanto tempo da passare con me stessa senza grandi distrazioni potesse portarmi ad un picco di depressione notevole, invece mi sto scoprendo molto più rilassata lontana dalla vita “normale”. Allo stesso tempo però mi sto rendendo conto di tante cose, e che tante cose ho sempre cercato di nasconderle, incapace di esprimerle.

E’ quindi il momento di fare un bagno di onestà.

Ho preso un’agenda e sto scrivemdo.
Scrivo tutto quello che non sono ancora mai riuscita a dire alla mia psicologa, cose di cui mi vergogno enormemente, cose che mi hanno fatta soffrire, cose che cerco costantemente di ricacciare indietro in qualche anfratto buio del mio cervello sperando che si dissolvano e spariscano per sempre. Queste cose però sono come la muffa, ovvero fanno schifo e prolificano se non le tratti; sono come delle blatte che scorrazzano qua e là, e io mi sono sempre limitata a sperare che se ne stessero rintanate sotto un mobile,che non facessero rumore e non si facessero vedere.
Ma sono sempre lì e sono sempre più grandi, si autoalimentano, si trasformano, si distorcono nella mia mente diventano pensieri torbidi e quasi ossessivi, come se cercassero in tutti i modi di venire fuori, di essere liberati e ascoltati, anche se liberarli ed ascoltarli mi terrorizza.

Sto parlando di ricordi di molto tempo fa, cose che sono rimaste immagazzinate da qualche parte del mio cervello che ha rielaborato il tutto e continua a farlo in maniera a volte palese a volte subdola. Ah, che pazienza con questo cervelletto che mi ritrovo.

Tutte le cose che sto scrivendo mi fanno sentire a disagio. Mi sento fondamentalmente stupida, in imbarazzo, e non so se avrò mai davvero il coraggio di far leggere alla mia Psycho le parole che sto scrivendo in questi giorni; sono cose che non ho mai detto a nessuno, parole che non ho mai e poi mai pronunciato ad alta voce.

Perché vi dico tutte queste cose strambe e probabilmente noiose? Perché sono pazza e perché spero che possiate trarre qualcosa da questo post e che possiate cercare di fare un po’ della più sincera autoanalisi delle vostre ombre, di quelle cose che vorreste nascondere sotto la sabbia e poi prendere quella zolla di sabbia e spedirla su Marte e poi far esplodere il pianeta.
So quanto sia difficile ma mi sto rendendo conto che a volte fare quello che ci spaventa è di aiuto.

Insomma ragazzi, scusate per questo post un po’ strano, un po’ inutile, un po’ fumoso, ma avevo io in primis bisogno di scrivere queste cose e di condividerle con voi, che ormai siete i miei confidenti di fiducia. Poveri voi!

Spero che i miei Spelacchiati se la stiano passando bene, fatemi sapere come butta da voi e se questa quarantena vi sta facendo riflettere o accorgere di cose che prima non avevate il tempo di notare.
Hasta la vista, a presto con nuovi post più leggeri di questo!

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Di suicidio, Pirli e depressione

La prima volta che c’ho pensato seriamente ero in Germania in vacanza studio in un piccolo paese pieno di verde e di cose da fare.

Ero lì da un paio di settimane, mi ricordo che ero di pessimo umore. Avevo pensato che cambiare aria, fare un viaggio, iniziare una cosa del genere mi avrebbe fatta sentire molto meglio. Erano già mesi (forse anni) che  stavo male senza sapere perché, scoppiavo a piangere a dirotto nei momenti più impensabili, mi sentivo all’improvviso al colmo della disperazione e volevo soltanto passare le mie giornate sdraiata per terra a fissare il soffitto. 
Rendermi conto che neanche cambiare aria e andare in Germania aveva aiutato il mio stato di salute mentale mi ha fatta stare ancora peggio.

Il mio coinquilino era un cuoco e in cucina c’erano dozzine di coltelli di tutte le forme e dimensioni, manco fosse Chef Tony della Miracle blade.
Come quelli dei film horror, coltelli grossi quanto un mio avambraccio mi guardavano mentre io ero seduta sulla poltrona di fronte a loro; quella sera ero in una specie di trance, passava il tempo ma io non riuscivo a fare niente. Sono rimasta seduta per ore.
In quel periodo, prima degli psicofarmaci quindi, mi capitava molto spesso di sentirmi estraniata dal mondo, come se tutto succedesse in una galassia lontana lontana da me. So che è molto difficile da capire, non credo ci siano parole per descrivere quella sensazione di totale annullamento; mi sembrava di non poter provare più niente, e il dolore fisico pareva mille volte meglio di quello spaventoso nulla che mi pervadeva -e che tutt’ora a volte mi pervade-.

Penso me la ricorderò per sempre, quella sera; sono rimasta per ore a immaginarmi la scena.
Il sangue. Il sollievo. 

Una cosa che cambia molto in base alle fasi della mia depressione è appunto il mio pensiero verso la morte. Ora, per esempio, mi fa paura, vorrei non succedesse mai.
Durante le crisi depressive invece sembra davvero un grandissimo favore, un jolly, un “okay, okay, per quanto vada male c’è quella via di uscita, non disperarti perché c’è un modo per non stare più così”.

Fino a quel momento il suicidio era stato parte dei miei pensieri in maniera molto più marginale; seducente, ma mai così vivido.
Da quel giorno in poi invece è diventato un pensiero fisso, quasi ossessivo.

Ho cominciato a pensarci ogni singolo giorno, quasi senza interruzioni. 
Non vi darò i dettagli più crudi e più distorti dei miei pensieri.

Ma torniamo a noi; dopo due mesi sono tornata in Italia e ho conosciuto il Pirla, il famoso Pirla. Mi ha stravolta. Mi faceva stare bene, uscivo con lui e mi sentivo per la prima volta da anni viva ed euforica e quando tornavo a casa pensavo soltanto al weekend successivo, quando lo avrei rivisto. Avevo di nuovo un motivo per aspettare un domani.

Anche adesso è così, in effetti, forse per questo non riesco proprio a lasciarlo andare, questo maledetto Pirla che amo così male.

In ogni caso, il sollievo grazie a lui è stato solo momentaneo e tra una cosa e l’altra ormai i miei pensieri erano spesso e volentieri in caduta libera; pensavo alla morte e stavo seduta sotto alla doccia per ore, piangendo da sola, e alla fine la mia parte più razionale ha preso il sopravvento: non stavo bene, mi serviva una mano.

Sono passati quasi due anni da quella sera in Germania, io sto meglio -non bene ma meglio è già tanto!- le mie crisi sono molto più sporadiche. Capitano tutt’ora periodi in cui è proprio una guerra alzarmi dal letto e smettere di piangere e mettere a tacere quella sensazione orribile di vuoto che si espande dentro di me e mi fa sentire lontana da tutto e da tutti, come se fossi in una trasparente, inavvicinabile cella di isolamento che tutti ignorano. Capitano, ma va meglio. Li gestisco meglio.
So che passano, quei momenti, quindi sì a volte rimango immobile giorni interi aspettando che passino, altre volte riesco a costringermi a fare qualcosa, tenermi impegnata, muovermi.

Spero, spelacchiatini miei, di non avervi intristiti o turbati con questo post nato totalmente a caso, non era quella l’intenzione.  Penso sia importante parlare di queste cose, per quanto sia difficile mettere in parole quello che penso e che provo a riguardo… E’ quasi esasperante cercare di descrivere una cosa del genere, abbiate pazienza con me e con chiunque vicino a voi abbia di questi problemi. 
Fatemi sapere se vi ho ammorbato fin troppo con questi post o se per voi può essere in qualche modo interessante.
Per me è sicuramente terapeutico, mi sento già un po’ più leggera adesso.

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Conversazioni reali o immaginare tra me e un Pirla decisamente non qualunque.

Siamo nel cortile di un locale, nel retro, all’aria aperta. Stiamo parlando di David Foster Wallace e del suo suicidio.

Stiamo seduti vicini su una panca circolare intorno ad un grosso albero; se non fossimo io e il Pirla i soggetti della scena sarebbe tutto quasi romantico; c’è anche una lucciola che lampeggia vicino alla siepe, solo per noi, ma nessuno dei due commenta.

Non parliamo molto e lui non mi guarda. Non mi guarda quasi mai, in realtà, evita sempre i miei occhi.
Io invece i suoi li guarderei per ore.

“Credo di aver capito che animale sono, comunque” esordisco a un certo punto, rievocando una conversazione che avevamo avuto in compagnia qualche sera prima.

Mi lancia un’occhiata.

“Sono abbastanza sicura di essere una falena. Sai, di quelle grigette e marroncine, bruttine, che continuano a sbattere contro una lampada finché non stecchiscono.”
Non credo sappia di essere lui la lampada, al momento.
Lui sbuffa fuori il fumo dalla bocca “Sicuramente una somiglianza c’è: avete la stessa peluria.” 

Cretino.
Anzi, Pirla.
Gli do una sonora pacca sul braccio e lui ride.
Chissà se lo sente il mio cuore quanto si agita quando lui ride.

“Forse hai ragione, però” considera dopo un po’ “il problema è che tu… non so come o perché, ma tu vedi solo la luce, e ti sembra anche molto più accecante di quello che è in realtà. Non vedi i fili di tungsteno tutti sfilacciati, la ceramica sporca, la lampadina che sta per fulminarsi… “

“Qui l’unica che sta per fulminarsi sono io, mi sa.”
“No, tranquilla, su questo non ci sono dubbi: tu sei già più che fulminata.”

Stiamo un po’ lì.
Fumiamo, non parliamo molto; ci basta stare soli insieme per essere più tranquilli. O almeno, per me è così.
Vorrei appoggiare la testa alla sua spalla e respirare forte il suo profumo, ma credo che questo lo farebbe scappare alla velocità di Speedy Gonzales; si lascerebbe dietro solo una scia di polvere;
Mi devo ripetere sempre la stessa frase come un mantra: non mi vuole.

Allora incasso la testa tra le spalle e penso che anche se non è molto potrebbe bastarmi per sempre.